Epidemie nella Vigevano Ottocentesca

I QUADERNI DELLA SOCIETÀ STORICA VIGEVANESE

Numero 3

Dino Rabai

TIFO PETECCHIALE 1817

“Era appena trascorso l’autunno del 1816, allorquando l’orizzonte, invece di farsi vedere ottenebrato da dense nubi e folte nebbie, messaggiere dell’invernal stagione, mostrossi sereno e bello ed il sole vi risplendè costantemente con dolce sorpresa di tutto il mondo; dimodoche, quanto più l’inverno si avanzava, tanto più la stagione diveniva bella ed aggradevole”.

Così narrava il Notaio Girolamo Biffignandi (1782-1857), nelle sue Memorie istoriche della Città di Vigevano dall’anno 1796 all’anno 1820, contenute in un manoscritto, pubblicato dal Prof. Alessandro Colombo, illustre storico vigevanese, solo nel 1911 su “VIGLEVANUM”, predecessore dell’attuale periodico omonimo, edito ogni anno dalla Società storica vigevanese.
Continua descrivendo una condizione di costante siccità, dovuta all’innaturale clima mite anche al principio del 1817, quando ”…tutto era bello e delizioso; la terra prometteva moltissimo; la campagna cominciava a dar segni di movimento; la stagione continuava ad essere perseverantemente bella e serena, il freddo sbandito, il ghiaccio sconosciuto e le brine, per conseguenza erano pressoché invisibili…Le piante fruttifere, al principio di marzo, erano talmente cariche di fiori che formavano la speranza e la consolazione degli agricoltori. I prati già già ridevano; le selve verdeggiavano; gli augelli cominciavano i loro amori…la campagna tutta sembrava veramente un paradiso terrestre.”
Insomma, una stagione anomala ma siccitosa, tuttavia, non poteva che preoccupare, a causa dell’assenza di pioggia, che impediva persino il dissodamento del terreno, duro e sassoso, in preparazione delle coltivazioni primaverili, e da più parti si invocava proprio la pioggia, con “…funzioni religiose, digiuni, penitenze, Viae crucis, tridui, benedizioni, processioni quotidiane intorno alla città”.
Le rogge e i pozzi erano quasi asciutti e il Ticino si poteva attraversare a piedi nudi, senza bisogno di barca e non si vedeva nessuna nube in cielo.

“Ma questo è poco; evvi qualche cosa di peggio e peggio assai, che mi raffredda il sangue nelle vene nell’esporlo, ma che non voglio passar sotto silenzio.
Un contagio, che dai Fisici veniva chiamato Morbo petecchiale, in questo frattempo si sviluppò nell’infelice nostra Città…e talmente si radicò nelle famiglie, che le mise in uno spavento il più orribile.
A centinaia venivano attaccati da questo contagio; tutti, niuno escluso, andavano in punto di morte; e il dieci per cento degli infetti cadevano vittime miserabili, essendo di queste per lo meno due terzi di sesso femminile. L’Italia tutta o meglio l’Europa intera era molestata da questa malattia orribile e da per tutto sentivasi che faceva strage, morendo miseramente gli sgraziati chi dopo tre giorni e chi persino nella stessa giornata, in cui veniva sorpreso da tali petecchie; e quel che raccapriccia maggiormente, quasi senza soccorso pel timore d’esserne attaccati.”
La cronaca del Biffignandi ravvisa, in via di ipotesi, la causa del morbo quale conseguenza dell’inverno troppo mite ovvero dell’invasione delle armate Austro-Russe in Italia, dopo la caduta di Napoleone nel 1815.

Il tifo esantematico è conosciuto anche con i nomi di tifo epidemico, tifo petecchiale, dermotifo, tifo dei pidocchi e tifo europeo; non è da confondere con la febbre tifoide (o tifo addominale), provocata dalla Salmonella enterica.
Si tratta di una malattia infettiva presente in luoghi con gravi deficienze sanitarie ed è responsabile di epidemie laddove alle scarse condizioni igieniche si assommano guerre, disastri naturali o carestie.
Il germe responsabile è la Rickettsia prowazekii, trasmesso dal pidocchio, principalmente dal Pediculus humanus corporis e molto raramente dal Pediculus humanus capitis.

fig. 1
Icona per grazia ricevuta
Santuario Madonna della Bassa di Rubiana (TO)

Non esiste trasmissibilità animale per cui la malattia è contagiosa solo da uomo a uomo. Una volta che il pidocchio ha succhiato il sangue di un individuo infetto, il microrganismo passa dallo stomaco alle feci dell’insetto. Se il pidocchio deposita le feci su un individuo sano, la Rickettsia prowazekii è in grado di contagiare attraverso lesioni o micro-lesioni della cute.

I sintomi sono mal di testa, febbre alta, brividi ed eruzioni cutanee (le petecchie).

Questa forma di tifo è presente nei paesi a clima temperato (un tempo anche in Europa) e le epidemie sono chiamate con diversi nomi: febbre delle prigioni, febbre da carestia o febbre degli ospedali, perché si diffondono principalmente ove esistono cattive condizioni sanitarie ed affollamento.

“Medici vestiti di tela cerata nera, con grandi baveri, sono inviati nelle case per gli accertamenti e le disinfezioni. Essi possono disporre l’isolamento degli ammalati, facendo mettere nelle camere di degenza “recipienti col fuoco con sopra dei pignatti con entro dell’Aceto con delle palle di Cinepro e altre erbe” e permettendo l’ingresso a una sola persona per l’assistenza.

Vengono anche fatte fumigazioni con sali di manganese. I cadaveri sono portati via e seppelliti senza cerimonie in chiesa e senza esequie. Si contano numerosi decessi tra i medici e i sacerdoti, che si sono prodigati per i soccorsi. ”[1]

Le guarigioni erano rare e venivano accolte con quadretti di semplice fattura “per grazia ricevuta”.

Tornando alla narrazione, si legge: “In mezzo a queste terribili sciagura, la notte del giorno 11 aprile un vento impetuosissimo e freddo…una cosidetta (sic nel testo) tormenta scorse lungo le campagne ed involse le piante, le biade, l’erba dei prati e le vigne tutte in una specie di brina gelata, che all’indomani mise quella campagna, la quale sembrava un paradiso terrestre, in una orridezza tale, che faceva compassione e cavava le lagrime dagli occhi.”                  

Tutte le coltivazioni furono bruciate, con la inevitabile conseguenza del taglio e sradicamento delle essenze ammalorate; ne seguiva una vasta carestia, unita al diffondersi del contagio.

Il popolo vigevanese affollava le Chiese della Città e specialmente quella di San Pietro Martire, invocando il patrocinio del nostro Beato Matteo Carreri…”ma tutto inutilmente, perché Iddio, forse disgustato dei nostri peccati, non ascoltava più le nostre preci, né l’intercessione dei suoi Santi e con un ostinato pessimo tempo sereno, ci faceva sentire gli effetti della giusta sua collera”.

Il giorno 26 aprile 1817 si scatenò un improvviso e violentissimo temporale, seguito da pioggia gelata, nevischio e grandine, che distrusse la poca erbetta nei prati e i teneri germogli delle viti e delle piante fruttifere.

Proprio in quel giorno, l’Autore riferisce un curioso e sconosciuto episodio: la presenza nella valle del Ticino della Principessa di Galles, Carolina di Brunswick, moglie del futuro Re d’Inghilterra Giorgio IV, da cui era separata a causa del comportamento libertino del marito; cacciata da Corte, si diede ai viaggi e anche a “vita scandalosa e avventuriera”. Ebbene, la Principessa capitò in una tenuta nei nostri boschi, in località Pra Carlo, identificata nelle vicinanze della Cascina Doiola, quasi di fronte a Motta Visconti, e partecipò a una battuta di caccia insieme “al di Lei regal seguito ed in compagnia di quattordici e più dei nostri bravi cacciatori”.

Nei mesi di maggio e giugno il tempo si stabilizzò, ma non cessò il contagio, tanto che il Municipio provvide “a stabilire uno spedale provvisorio nell’ex chiesa di San Carlo, espropriata in epoca napoleonica (1802) e ridotta a magazzino, per ritirarvi gli infetti e così togliere la comunicazione loro con i sani. Si prese pure la misura e precauzione di espellere tutti i mendicanti non vigevanesi, e specialmente i montanari, e di non permettere ai forestieri di quivi fare dimora, se non se visitati e ritrovati sani”.

Ma non era finita: il 12 luglio vi fu una fortissima grandinata, che diede un ulteriore colpo ai già magri raccolti.

Il morbo petecchiale cessò verso la fine di ottobre e venne chiuso lo spedale di San Carlo, che fu in seguito adibito allo stesso uso cinquanta anni dopo, in occasione del colera nel 1867.

Sembra appena il caso di evidenziare, fatte le debite proporzioni, molte analogie con l’attuale crisi epidemiologica Covid 19, sia in ordine alle anomale condizioni climatiche sia ai provvedimenti assunti dalle Autorità municipali per arginare il contagio.


[1] Cronologia di Bologna dal 1796 ad oggi: anno 1817  Biblioteca salaborse

fig. 2
Icona per grazia ricevuta Santuario Madonna della Bassa di Rubiana (TO)

CHOLERA MORBUS 1867

 Già nella seduta del Consiglio comunale di Vigevano  il 13 agosto 1865 era stato necessario assumere alcune provvidenze sanitarie urgenti per fronteggiare l’invasione del morbo asiatico (epidemia di colera) in alcune Città d’Italia: siprese contatto con la Congregazione dei Sacerdoti di S. Carlo, perché fosse concessa la Chiesa omonima, riaperta al culto nel 1841, e locali annessi ad uso di lazzaretto, a causa della sua posizione aereggiata, sufficientemente isolata e retrospiciente per la massima parte l’aperta campagna.[2]

Ma il temuto flagello si tenne per il momento lontano da Vigevano.

A parte i casi di peste, di tifo ed altre malattie che si verificarono nella prima metà dell’800, una prima epidemia di colera scoppiò nel 1835 protraendosi fino agli inizi del 1838. Tutti gli Stati della penisola furono afflitti dall’imperversare del morbo che provocò decine di migliaia di morti: Vigevano ne fu colpita nell’estate del 1836, con un numero tuttavia non eccessivo di decessi.

Nel 1854 il colera, sviluppatosi durante le fasi iniziali della guerra di Crimea, si mantenne vitale a lungo, infestando anche nel 1855 il Corpo di Spedizione Italiano, i cui morti furono circa 1300 e tra loro il generale Alfonso Lamarmora. Nello stesso anno 1854 si diffuse in tutta Europa. In Italia inizialmente colpì il nord e soprattutto il Veneto, si propagò poi con intensità sempre maggiore nel genovese, nello Stato Pontificio, nel parmense e nel modenese dove molte furono le vittime. L’epidemia di colera si estese nell’estate, invadendo soprattutto le città costiere e le capitali: a Genova morirono 2.936 persone, a Palermo i morti accertati furono 5.334 a Milano 1.404 a Roma 1.085, in Toscana 3.566. 

Nel 1867, con il sopraggiungere della stagione estiva la malattia ricomparve in diverse regioni d’Italia. in forma ancor più virulenta si sviluppò in tutta la Sicilia: i centri più importanti Palermo, Catania, Caltanissetta, Siracusa e Monreale ne furono devastate.

In agosto si diffuse in Lombardia: numerose le vittime a Brescia ed a Bergamo, nella quale si contarono 3.817 morti, 70 a Milano; il morbo si diffuse poi anche a Como e Lecco, Torino, Vercelli, Ivrea, Genova, Bologna, Parma, Livorno e Venezia, mentre in Sicilia continuò a mietere centinaia di vittime e in Sardegna colpì in particolare Cagliari dove, alla fine dell’epidemia, vi furono 160 morti. 

 Il flagello si abbatté dunque sul territorio vigevanese due anni più tardi rispetto alle previsioni, nel luglio 1867, con una virulenza assai grave e sempre più crescente; la Giunta, presieduta dall’avvocato Pier Luigi BRETTI, già da tempo in allarme, aveva predisposto un piano di emergenza ben coordinato dal “…vigile e sollecito Capo della Civica Rappresentanza che, nel costante  suo interessamento pel bene del Paese, con quella prontezza che non è ultima delle sue doti, non indugiava punto di chiamare intorno a se i Colleghi e la Commissione di Sanità, onde arrivare in prima di tutto ad ogni mezzo preventivo dall’arte e dall’esperienza suggerito….Se non che il morbo, se trovò per quei provvedimenti di molto scemata l’esca alla sua fatale invasione, non tardava però a colpire anche fra noi le prime sue vittime, per cui si ebbe cura anzitutto di arrivare ad un attivo servizio sanitario a domicilio, mercé cui fosse pronta la visita e la constatazione medica, e pure pronti ed immediati i mezzi di cura, d’isolamento e di disinfettazione. Il Corpo Sanitario, sia costituito in qualche carica pubblica, sia libero esercente, tutto volonteroso accorse alla sua santa missione, e veri sacerdoti dell’umanità sofferente, non li arrestò il disagio grandissimo e la fatica, ché il pericolo e la luridezza del morbo specialmente nei miseri casolariera per loro di sprone alla generosa opera.

E rude invero era (così continua il dettagliato Rapporto della Giunta al Consiglio comunale[3] reso in data 3 dicembre 1867, dopo la scomparsa dell’epidemia) e s’accrebbe collo svilupparsi della malattia la loro missione fra quelle povere famiglie e miseri colpiti ripugnanti e scomposti di spirito, fra cui maggiormente infierì e fra le quali ributtante il crudo morbo s’imponeva ”.

Veniva quindi allestito e pronto nella stessa giornata un lazzaretto provvisorio nelle scuole infantili femminili presso l’ospedale civico (l’odierno Municipio e Scuole Bussi); “…se però questo si ravvisò sufficiente per quel primo momento dell’invasione, venne tuttavia nel medesimo tempo prevvisto il caso di maggior bisogno, e non solo fu posto l’occhio sovra altro più adatto locale, ma ben anche ogni cosa  accordata sempre colla distintissima Presidenza e Direzione del locale Pio Istituto (il Cav. Gio’ Batta Negrone e l’Avv. Luigi Ferrari Trecate) acciò e personale e letti e provviste di vario genere occorrenti fossero pronte alla prima urgenza. E fu provvido consiglio invero, ché non andò guari a manifestarsi la necessità, cosicché il nuovo lazzaretto (nel locale delle Scuole infantili maschili a S. Ignazio, ora sede delle Suore Domenicane) poté all’istante essere aperto e dotato di conveniente personale sanitario, amministrativo, religioso e di servizio, tutto fisso in luogo.” Si era dunque approntata un’ottima organizzazione, se si considerano i tempi,   i limitati mezzi e le  pessime condizioni igieniche di base, ma il tutto era inadeguato, in quanto “…se ai colpiti dal male era in ogni miglior modo provvisto, rimanevano le inevitabili miserrime conseguenze che erano la fatale scolta al crudo morbo nelle povere famiglie nelle quali maggiormente colpiva. Queste, d’un tratto prive dell’unico sostegno e fonte del comune sostentamento, paralizzate ed astrette dalla stessa luridezza del terribile ospite a una inevitabile segregazione, piombavano in una squallida miseria che sola siedeva imperiosa fra loro; lo stesso infermo, che al domicilio era curato, reclamava pure dalla cittadina carità il complemento alla sua beneficenza anche a loro favore.”


[2] ASCV Moderno Consigli comunali 1865 n. 171/1

[3] ASCV Moderno Atti Consiglio comunale 1866-67: verbali Cons., Rapporto Giunta e Comitato Lazzaretto 

fig. 3
Ospedale di Vigevano (odierno Municipio) in una litografia ottocentesca

Sembra decisamente di rileggere le magistrali pagine del Manzoni, sostituendo alla peste il colera, non meno micidiale e altrettanto “ributtante”: con la sostanziale differenza che qui ci si trova di fronte a testimonianze dirette di fatti, per di più accaduti circa 240 anni dopo.

Il colera –ricordiamo- è una malattia infettiva acuta causata da batteri del genere Vibrio Cholerae, detto anche “bacillo virgola”, per la sua caratteristica forma. La malattia, dopo un periodo di incubazione di 1-5 giorni, si manifesta con diarrea improvvisa e intensa, con scariche sempre più liquide e incolori, e quindi con enormi perdite di liquidi, calcio e potassio; segue il vomito che aggrava lo stato di disidratazione. Il paziente è ipoteso, pallidissimo, tachicardico e con diuresi ridotta o addirittura assente (anuria); se non interviene la cura reidratante, si ha shock irreversibile e morte.

La cruda descrizione dei sintomi che gli Amministratori vigevanesi riportavano negli atti pubblici qui esposti non era dunque lontana dalla realtà né esagerata.

Quanto fosse terribile il morbo e spettrale l’aspetto dei contagiati è testimoniato anche da una curiosa quanto macabra poesiola edita circa vent’anni dopo sul “Pier Candido Decembrio”[4], giornale popolare vigevanese, che, registrando nel luglio 1884 una ennesima epidemia di colera in alcune Città italiane (ma non a Vigevano), così descrive, a firma di un ignoto D.G.B.:

IL COLERA

Misticamente in negro manto avvolto

Vedi tu quel Signor, cui irto il crine,

Cavi son gli occhi, e ferreo-giallo il volto,

Medici dileggiando e medicine?

Dall’oriental maremma egli fu tolto

Onde al mondo apportar stragi e ruine;

Or da ceppi natii libero e sciolto

Spopola i Borghi e le Città Reine.

Ne’ palagi e tugurj egli penètra

E invano il ricco colla man tremante

Da lui la vita a prezzo d’oro impètra.

Cade l’avaro al pieno scrigno innante,

E la morte coll’arco e la farètra Siegue il suo Donno orribilmente errante.


[4] Biblioteca civica, Raccolta P.C. Decembrio  n.28 del 13.7.1884, p. 111

fig. 4
G.B. Garberini: Davide Campari Vigevano Pinacoteca civica

Per sollevare un poco le misere condizioni delle famiglie colpite, la Giunta aveva aperto una pubblica sottoscrizione per sussidi, risultata in breve tempo piuttosto fruttuosa. Si trattava allora di “…porgere con sicura mano adeguati e pronti i soccorsi; ed il difficile compito la Giunta e la Commissione sanitaria confidavano alla pronta oculatezza del loro Capo,il Sindaco, che tanto già aveva ben meritato ed il quale nell’indefesso suo zelo per quei miseri e nella instancabile sua operosità a combattere il morbo con ogni mezzo anche indiretto, seppe disimpegnarlo così bene da riscuotere la riconoscenza non solo, ma la piena loro soddisfazione, il che non accade sovente in persone incolte e d’animo esacerbato dalla sciagura.”

La durata del morbo si protrasse dai primi di luglio ai primi di settembre, e fu quindi tempo di bilanci: la Giunta, nel citato rapporto continua, esprimendo pubblica testimonianza e riconoscenza a chi si è prodigato nella luttuosa circostanza, e “ommette qui di segnalare in special modo l’ottimo nostro Sindaco, il quale non ostante le innumerevoli e gravi altre cure, pur sapeva trovar tempo e lena da consacrare alla visita dei colerosi non solo nel lazzaretto, ma anche a domicilio, sprezzante ogni pericolo proprio, ed anteponendo con evidente sangue freddo il pubblico bene alla tutela di se medesimo: l’ommette ossequiente al desiderio che lo stesso Sig. Sindaco nella singolare sua modestia le ha ripetutamente espresso.”

Viene ampiamente fatta menzione dei componenti della Commissione sanitaria, di tutto il Corpo sanitario e del Comitato direttivo del lazzaretto, che aveva presentato a sua volta una dettagliata relazione descrittiva dell’andamento del morbo.

“I timori pur troppo s’avverarono ed i presi provvedimenti vennero a proposito. Col giorno tre luglio manifestavasi il primo caso di Cholera nell’Infermeria uomini dell’Ospedale civile e ben constatata la natura del morbo dal Dott. Davide Campari nella sua qualità di medico Capo(il quale, ancor giovane medico, si era già prodigato durante la precedente epidemia del 1836), lo fece tosto trasportare nella Sala dei Cholerosi, ove mercé le premurose disposizioni del Direttore dell’Interno Sig. Avv. Ferrari Trecate, e la sollecita e consueta operosità della Sig. Suora Superiora dell’Ospedale che le aveva fatte eseguire, tutto era regolarmente apparecchiato e si proclamò per così dire aperto il Lazzaretto”, a cui fu assegnato anche il Medico Dr. Carini e, per l’assistenza religiosa, il Sacerdote Don Giacomo Trumellini.

“In sulle prime v’esisteva grande ripugnanza ad entrare in questo temporaneo Stabilimento attese le superstiziose strane credenze delle moltitudini come suole avvenire in simili frangenti; tale ripugnanza però veniva di giorno in giorno scemando al vedere con che carità e zelo era governato….sia pur anco lode al Presidente dei Pii Istituti Cav. Negroni d’avere colla sua autorevole presenza, e colle persuasioni al letto degli Infermi a distruggere i pregiudizi dell’ignoranza, ed a togliere l’apprensione di troppo esagerati timori.”

“L’epidemia che sul principio del mese di luglio progrediva a rilento, dopo la prima quindicina i casi di Cholera si succedevano così frequentemente che col giorno ventisei stesso mese tutti i letti disponibili nella sala dei cholerosii erano occupati…in previsione dei maggiori progressi cui sembrava minacciare il terribile morbo, il Signor Sindaco convocava nel giorno ventisei la Giunta e la Commissione, ed esposte le tristi condizioni sanitarie della Città, unanimemente si deliberò di aprire colla massima sollecitudine il locale delle Scuole a S. Ignazio già previamente designato ad uso di Lazzaretto…L’epidemia di giorno in giorno andavasi crescendo ed in misura che si aumentava il numero dei ricoverati s’accresceva del pari lo zelo e le premure di tutte le persone addette allo Spedale…qui giova ricordare con compiacenza quando il giorno sette agosto epoca della maggiore influenza del male, il Sig. Prefetto della Provincia nella sua ispezione sanitaria nel lazzaretto…degnavasi di esternare l’alta sua approvazione con lusinghiere parole in onore del Municipio e ad encomio della non mai esausta carità cittadina per le dovizie dei mezzi…nonchè le prudenziali misure di disinfettazione, di profilassi e di pubblica Igiene.

Fortunatamente l’infezione cholerica verso il giorno quindici del mese di agosto tendeva a volgere in meglio…finalmente col giorno ventiquattro agosto non esistevano più che quattro soli cholerosi in via di convalescenza, per cui la Commissione pregava il Signor Dottore Campari di continuare la sua assistenza medica per quei pochi casi che per avventura potessero succedere sino a completa cessazione del cholera ed alla definitiva chiusura del Lazzaretto.”

Dopo avere ringraziato, in perfetto ordine gerarchico decrescente, tutte le Autorità civili, sanitarie e religiose per la fattiva collaborazione durante l’intero corso della malattia, il Comitato attesta che “…per ultimo fu veramente edificante la condotta degli Infermieri ed Inservienti, i quali più che dalla giornaliera mercede loro retribuita, si mostrarono animati da ben più nobili sentimenti di carità, per cui né la lurida fisionomia del morbo, né la sua schiffosa sintomatologia, né l’indole generalmente creduta attaccaticcia, né la compianta morte di due dei loro compagni di servizio colpiti dal micidiale morbonello Stabilimento stesso, valsero ad incutere loro timore, né a scemare lo zelo e la caritatevole loro assistenza, di modo che non s’ebbe mai motivo di eccitarli al dovere né di rimproverare loro notevoli mancanze nel servizio”.

fig. 5
Pier Luigi Bretti, deputato e sindaco di Vigevano

Il Rapporto si conclude con il quadro statistico numerico dei casi di colera verificatisi nel 1867 in Vigevano dal 3 luglio al 18 settembre: colpiti 227, di cui guariti 112 e morti 115, tra i quali l’infermiere Luigi Quaglia, deceduto il 6 agosto, e l’assistente di cucina Oliva Teresa Vajante, deceduta il 20 agosto. Per questi ultimi, il Consiglio comunale, nella seduta del 6 dicembre, “…unanime sulla proposta del Consigliere Ing. Colli Cantone, esprimendo il suo rammarico per la morte delli Quaglia Luigi fu Antonio e Vajante Oliva Teresa fu Giuseppe Infermieri nel Lazzaretto, deceduti in quest’istesso luogo per colera, e mentre tanto esemplarmente adempivano al loro pietoso ufficio, decreta che la loro memoria sia segnata nel Campo Santo quale ben tenue ma sincero pubblico ricordo di quelle due coraggiose vittime della carità”.

Per il soccorso alle famiglie colpite la Giunta raccolse e distribuì £. 2691,50, di cui £. 2041,50 provenienti dalle offerte private ed il resto dalla Provincia e dal Governo; nella stessa seduta furono deliberati compensi straordinari anche per i medici e gli infermieri.

BIBLIOGRAFIA

Notaio Girolamo Biffignandi (1782-1857): Memorie istoriche della Città di Vigevano dall’anno 1796 all’anno 1820,  manoscritto pubblicato dal Prof. Alessandro Colombo, nel 1911 su “VIGLEVANUM”

Dino Rabai: La Scintilla del Progresso: Pier Luigi Bretti vita di un sindaco vigevanese dell’ottocento attraverso i verbali del consiglio comunale e altri documenti pubblici. Società storica vigevanese—Collana Biblioteca n.7, giugno 2014

ASCV Moderno: Consigli comunali: verbali 1865-1867

Biblioteca civica: Raccolta periodico Pier Candido Decembrio: n.28 del 13.7.1884

Tele “per grazia ricevuta” : Santuario Madonna della Bassa di Rubiana (TO)